domenica, 04 maggio 2008
Una sera di due anni fa. Giuseppe è a cena da Mr. Brown, insieme a Mr. Dodds e Mr. Guile. È da mezzora che rifila al cane i broccoli crudi sotto il tavolo e ora la povera bestia sembra non sentirsi tanto bene.

Suona il telefono. Mr. Brown risponde e bastano due secondi per capire che qualcosa non va. Quando riattacca annuncia agli amici: 

-La polizia ha ripreso Mr. Reeves ieri notte. Non ha potuto finire il lavoro.

-Bisognava aspettarselo, dice Mr. Dodds

Giuseppe comincia a sentirsi a disagio: “Polizia?” “Lavoro”?

-Dobbiamo disfarci delle bombe.

Bombe?! Il cuore di Giuseppe diventa un martello pneumatico. Ma davvero Mr. Brown ha detto bombs?

-Are you crazy?, dice Mr. Dodds. -Se le spostiamo ora possono rompersi ed esplodere qui, sul pavimento.

Giuseppe è ad un niente da farsi la pipì addosso. Ma perché non è rimasto a casa a vedere Big Brother?

Mr Brown e i suoi amici spariscono in un'altra stanza. Giuseppe riesce ancora a sentirli:

-Sono pronte, basta lanciarle…

-Abbiamo bisogno di volontari, questa è una missione grossa, vanno coinvolti tutti.

Coinvolti tutti? Giuseppe si alza di scatto, come se l’avesse morso un’aragosta sul sedere. Dopo un secondo è già con un piede fuori dalla porta.

-Joseph?!

Giuseppe si ferma là dov’è e comincia a invocare tutto il santorale.

-Joseph, where are you going?

-Look Mr brown, non so cosa abbiate in mente ma…
-Ma che stai dicendo. Vieni qui e aiutami con queste bombe.

Mr Brown trascina Giuseppe nella stanza. Il tavolo è pieno di piccole palle d’argilla. Giuseppe le osserva. Quelle non sembrano vere bombe, pensa. Ma in fondo, cosa ne sa lui, riflette, le uniche bombe che ha visto sono quelle di prosciutto e formaggio nella tavola calda sotto casa di mammuzzasua.

-Tu pensi ai girasoli, dice Mr. Brown passando a Giuseppe un vassoio di palle.

Giuseppe prende il vassoio come se fosse un cuore vivo da donare.

-Davvero, meglio I go…(due anni fa l'inglese di Giuseppe faceva sembrare Pieraccioni un filologo col dottorato).

-No,no,no,no. Tu non vai nowhere. Oramai sei dentro l’esercito. Mettiti questo, dice porgendo a Giuseppe un gilé catarifrangente. -Cosi pensano che sei del Comune.

Ed è così che Giuseppe, che aveva fatto l’obiettore giocando a solitari in un ufficio per mesi, è diventato un soldato. Fa parte della guerrilla gardening, un gruppo di appassionati del giardinaggio che tenta di abbellire Londra con piante e fiori, rischiando sempre di finire in manette. Ogni tanto fanno anche bombe di semi così e girano in macchina lungo la circonvallazione londinese, lanciandole sui bordi della strada.
Rotonde, isole pedonali…Giuseppe ha perfino provato ad inserire dell’edera fra le crepe del grattacielo dove lavora.

Ci sono voluti i British per coinvolgerlo in una cosa fantastica come questa. A Londra poi, che in fondo è piena di parchi e giardini. Se solo l’avesse saputo quando viveva a Milano, altro che gerani sulla ringhiera.





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giovedì, 24 aprile 2008
Niente fa più felice Giuseppe che essere invitato alla country house di Mr. Brown per un weekend di caccia alla volpe.

Il fatto che dopo il divieto i cavalli debbano inseguire una moto con una volpe di peluche attaccata dietro, beh, è un dettaglio.

Quel che conta per Giuseppe è passare due giorni in quel meraviglioso cottage col tetto thatched e il giardino alla Beatrix Potter, coi conigli nel prato, gli scoiattoli sugli alberi e le oche sul bordo dello stagno.

Per Giuseppe, la bellezza sta nell’addormentarsi sotto quelle impressionanti travi in legno, cullato dal crepitio del caminetto della stanza.

Bardato con le sue Wellington, il Barbour e il cappellino a scacchi, Giuseppe si sente integrato come mai.

-Sai, Mr. Brown, quasi quasi mi compro anch’io una country house,-annuncia Giusepe a colazione sistemando il bollitore sull’Aga, un altro must della campagna inglese-Un posto vicino Londra, per fare commuting ogni giorno.

-Ecco qua, my dear Joseph, -risponde Mr. Brown allungandogli un pezzo di carta. -Devo stampare altre coppie, ultimamente siete in tanti ad averne bisogno.

Giuseppe legge:
 
“The Country House: don’t do it. A document provided by Mr. Brown”

-Nell’immaginario di tutti, avere una country house vuol dire godersi lo sherry in giardino nelle lunghe notti di estate. Peccato che tutti dimenticano che gli inverni inglesi sono lunghissimi, freddissimi e carichi di pioggia e fango, richiedendo all’abitante della campagna una sopportazione pari a quella che si pretende dall’elettore italiano. L’umidità è una compagna costante e in meno di tre mesi le tue ossa saranno cosi’ bucate da ricordare quelle filigrane fatte con le corna degli elefanti africani.

-E meno male che è cosi. Quando finalmente arriverà un giorno di caldo, il tuo tetto thatched di paglia brucerà all’istante (i 3 porcellini docet) e se sei uscito a prendere il giornale al tuo ritorno ti chiederai cosa sta facendo quel mucchio di cenere dove prima c’era il tuo divano. Dovrai quindi assicurare la casa, ma il rischio incendi per un tetto tatched ti costerà quanto la Land Rover. All’anno.

-La beautiful Aga che troverai in dotazione si dimostrerà uno strumento più difficile da capire dello Space Shuttle e, per quando avrai imparato la tempistica e le temperature giuste, sarai già a succhiare gelatine all’ospizio per anziani.

-Le inevitabili decorazioni floreali degli interni, cosi “shabby chic” i primi mesi, ti faranno presto sentire di vivere dentro il cassetto delle camicie da notte di tua nonna.

-Una sera starai leggendo pacificamente il giornale quando un uccello grosso e nero cadrà dal cammino sul tappeto sotto i tuoi piedi con un tonfo pari ai cadaveri che cadono sempre dalle macchine nei film. Grazie a questa versione live di Gli Uccelli scoprirai che gli spazzacamini sono tutti a fare musicals nel West End e oramai non c’è nessuno che voglia infilarsi in un buco nero in cerca di una malattia. Dovrai farlo tu. E sarà tutt’altro che nice.

-Le travi a vista coi tetti bassi sono pittoresche ma per niente pratiche a lungo andare. I grossi ragni le adorano e, a meno che tu non sia Arnold, finirai per diventare una versione campagnola di Andreotti.

-Le uscite in giardino serviranno soltanto a ricordarti i duecento lavori di innesto e potatura che stai procrastinando. Gli scoiattoli diventeranno “quegli isterici che mi hanno mangiato l’impianto elettrico esterno”. Guardando le oche esclamerai: “Giuro che se non tacciono stasera mangiamo patè”.

Giuseppe esce a godersi il meraviglioso cielo inglese per riprendersi dalla lettura. Dall’altro lato della siepe intravede il vicino. Ha lo sguardo vitreo, è tutto sudato e, malgrado sia già mezzogiorno, è ancora in pigiama. Ha in mano un fucile e sta urlando come un invasato.

-Vieni fuori bloody talpa, vieni che parliamo io e te!

Anche questa volta, as usual, Mr. Brown ha perfettamente ragione.
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venerdì, 18 aprile 2008
Welcome to Mr. Brown’s house. Soffermatevi un attimo sulla porta. Osservate il pomello, le piastrelle vittoriane ai muri, la buca delle lettere in ferro…questi per voi possono essere dettagli, ma per Mr. Brown sono i fondamentali period features, ovvero oggetti antichi che costano quanto un monolocale italiano. Più period features, più cara la casa. Gli inglesi ne vanno pazzi. Che sarà mai rinunciare a una stanza in più quando si può avere la testa di un leone sulla porta?

Ma accomodatevi, prego.

Alla vostra destra il guest bathroom. No, non vi stancate a cercare l’interruttore della luce. Non c’è. Nella lovely sono illegali. Armi nel comodino, piante di hashish nel garden, organi umani in frigo…that’s ok. Ma mettete un interruttore in bagno e la galera è assicurata. Per accendere la luce bisogna tirare di un cordone e per asciugarvi i capelli dovrete andare in cucina. Attenzione a non bruciarvi, il rubinetto dell’acqua fredda è quello a sinistra. Volete fare pipì? Attenti alla moquette, intorno al water è sempre un po’ bagnata.

Beh, sì, la moquette da Mr. Brown c’è ovunque. D’altronde Il piede British è un fenomeno degno di studio, come la mummia di Similaun. Mettete un piede British fuori casa ed ecco che sentirà immediatamente caldo e vorrà essere coperto al massimo da un paio di sandali (anche se cammina sulla neve). Ma inside the house, different story: allora il piede dev’essere avvolto da una moquette alta un metro e solleticato dagli acari misura Cabbage Patch Kids che se la spassano all’interno. 

Andiamo in cucina, prima porta a sinistra. La cucina di Mr. Brown, come tutte le British kitchens, è formata da:
-un bollitore: la kettle è il sesto dito di ogni mano British. È uno strumento di sopravvivenza essenziale. Chiedete a un British di vivere senza carta igienica o  senza il telefono e il suo spirito di adattamento troverà come fare. Ma non chiedetegli di rinunciare al bollitore. È scientificamente provato che: 1) andrebbe subito nel panico, 2) nel giro di 48 ore si disidraterebbe e 3) morirebbe per certo in meno di tre giorni.
-un microonde: dove riscaldare il cibo pronto, alla base della cucina di Mr. Brown.
-una damigiana di aceto: da versare in ogni cibo pronto.
Nelle cucine British ci sono sempre due fornelli elettrici, prova che non hanno mai cucinato sul serio, (si sa, provare a far bollire l’acqua della pasta in un fornello elettrico farebbe perdere la pazienza perfino a Woodstock, l’amico di Snoopy).

Dopo la cucina eccovi la stanza da letto, rigorosamente viola, come comandano i canoni British. Lenzuola viola, pareti viola, tende viola…mettetevi in centro e capirete come si sente un pezzo di pane quando gli si butta addosso la marmellata di mirtilli.
Nella stanza da letto c’è anche il bagno. I British sono ossessionati dal bagno in camera (l’en suite) e se nella casa non c’è, è la prima cosa che costruiscono. E chi se ne frega se la stanza è un buco e non c’è spazio. Piuttosto di rinunciarci preferiscono dormire in due in un lettino singolo, o coricarsi di profilo. Non chiedete a un British di uscire in corridoio per fare la pipì. Sarebbe troppo inconvenient.

In fondo al corridoio eccovi la dining room. Mr. Brown vi ha già preparato il tè. Va molto fiero del suo servizio reale, che comprende tazzine raffiguranti Lady Di, la Queen Mother, il principe William…ha perfino aggiunto a reticenza un piattino con Camilla (ma viene utilizzato per buttare le bustine di tè usate).
Ora, c’è da dire che le regine inglesi, coi loro cappellini assurdi ben si prestano a decorare una tazza. La mia personale teoria è che secoli fa il popolo italiano adottò il caffè al posto del tè perché nelle tazzine non c’è spazio per una faccia. Una misura di protezione lodevole, se consideriamo il fatto che gli italiani hanno rischiato di alzare una tazza e trovarsi vicino agli occhi la faccia di Marina Doria.

Ricordate quando il vostro insegnante vi disse che “sala” in inglese si diceva sitting room? Beh, so sorry ma probabilmente non era di Nottingham come sosteneva, ma di Noto. Gli inglesi non dicono sitting room, ma drawing room (sala di pittura). Tranquilli. Nessuno vi chiederà di posare nudi mentre Mr. Brown tira fuori carta e pennelli. E non vi chiederemo di farci un disegno (sappiamo che non siete proprio quello che tutti si contendono per avere nel team del Pictionary). È solo un nome rimasto dai tempi vittoriani, quando le signorine anziché passare il tempo su Splinder sedevano a disegnare e ricamare.

Ecco fatto, cosa vi aspettavate? Son pochi metri quadri ma pagati quanto lo yacth di Briatore. Ora shhh, basta spettegolare, arriva Mr. Brown!
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martedì, 15 aprile 2008
Diversi anni nella lovely hanno fatto di Giuseppe una meravigliosa lasagna di entusiasmo, pazienza, ingegno e civiltà.

Ma ci sono cose che ancora non regge. Cose che riuscirebbero a mandare in bestia perfino Titti, il canarino allucinato dalla positività Hare Khrisnica.

Prima fra tutte, i team building weekend, massima ossessione delle aziende British. Mettere insieme i colleghi durante il weekend e obbligarli a fare qualcosa “di gruppo” è semplicemente un’idea disastrosa.

L’email diceva che il corso era volontario, ma come tutte le attività volontarie aziendali, era sottinteso che chi non l’avesse frequentato sarebbe finito più in basso della coffe girl nella scala di considerazione dei capi. Il messaggio non specificava che tipo di attività avrebbero svolto. “-Surprise!”, minacciava.

Il giorno dopo Giuseppe legge sul Guardian che in questo momento i corsi aziendali più gettonati sono quelli di cucina.

Giuseppe vede uno spiraglio di luce. Che sia proprio quella l’idea che hanno avuto i suoi capi? Sarebbe fantastico. Si tratterebbe sempre di passare il weekend “lavorando”, ma in confronto ai suoi colleghi “Come tolgo io la plastica ai miei monodosi precotti non la toglie nessuno” lui sa di essere Monica Geller.

Giuseppe inizia a sognare. I suoi capi saranno very impressed. Sarà lui il Jamie Oliver aziendale. Userà la cucina per arrivare alle alte sfere. Fra un carciofo sott’olio e una parmigiana già si vede a introdurre cambi fondamentali in tutto l‘organigramma.

Le sere prima del weekend Giuseppe le spende su skype, in videoconferenza con la zia Rosetta, “Queen of melanzane“.
-Pipppooooo!!! Ciaaoooo!!!
-Zia, non urlare, ti sento benissimo.
-Ascoolta Pippooo…mi senti!!?? Ora ti insegno la caponata. LA-CA-PO-NA-TAA!!

Alle 8 di sabato Giuseppe arriva puntuale nella country house dove si svolge il corso. Ha in valigia un litro d’olio di quello buono e mezzo chilo di parmigiano

In sala convegni ci sono già tutti i colleghi. Ma dei fornelli neanche l’ombra.

Una delle sette spose dei sette fratelli arriva con un microfono in mano.

-Welcome everybody. Are you ready for an exciting weekend?

Giuseppe sta tremando.

-Bene, oggi imparerete tutto sulla Barn Dance. Isn’t it great?!

-Oh-My-God!, pensa Giuseppe e direbbe Janice.

Non conoscete la Barn Dance? Ben per voi. Lasciate stare i baked beans, la moquette in bagno o le file da uno. La Barn Dance è in assoluto l’elemento più disturbing della cultura British. Uno strazio, una tortura, il Giampiero Mughini dei balli.

Seguendo le instruzioni di Mrs. “In a mission to be boring” i colleghi si mettono in cerchio.

Giuseppe si rassegna. Addio corso di cucina.

Seguono due giorni di questo.

La sera, mangiando nella sua stanza un pezzo di parmigiano, Giuseppe si domanda se non sia arrivata l’ora di tornare a casa.
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categoria:lavoro, giuseppe, svaghi
venerdì, 11 aprile 2008
Come si fa a tenere a bada un popolo sorprendente come il Britannico? Facile, si creano leggi ancora più straordinarie.

Cominciamo dalla Regina, of course:
Sapevate che è illegale posizionare un francobollo della Regina con la testa all’ingiù? (Ecco perché la vostra lovely postcard non arrivò mai alla zia Tina)
E che mi dite della legge che sostiene che la testa di qualsiasi balena trovata nelle coste britanniche appartiene alla Regina e la coda al Re?
E ancora: lo staff degli uffici della Regina è obbligato per legge a sistemare le proprie cose sul tavolo in una determinata maniera. Delle linee di scotch nere segnalano l’ingombro che deve occupare il telefono, il computer, la graffettatrice...

In molti parchi di Londra (compreso Regent’s Park e Hyde Park) è vietato: suonare qualsiasi strumento, usare giocattoli meccanici, calciare una palla o un altro oggetto e interferire con la vegetazione. Quest’ultima legge ha una specifica che vieta di fare daisy chains (ovvero il m’ama non m’ama). Uno spasso, insomma.

In azienda è vietato regalare bottiglie di champagne agli impiegati (discrimina i lavoratori musulmani) o fare feste in locali di lap dance (può mettere in imbarazzo i colleghi gay). Durante i colloqui è illegale fare qualsiasi domanda riguardante la famiglia.

Dal 2006 chiunque lavori in proprio è obbligato a firmare un contratto specifico con se stesso se intende fare ore straordinarie.

Da qualche anno nei ristoranti è illegale che i camerieri intonino il Happy birthday quando portano una torta a tavola o che ci sia il classico violinista. Bisogna avere una licenza completa di “locale di intrattenimento”.

In molte scuole britanniche è vietato alzare la mano se si conosce la risposta (discrimina gli studenti che non la sanno), portare gel nei capelli (può provocare incendi), o lanciare aerei di carta (possono accecare i bambini).

Negli asili per anziani è illegale portare ai propri cari cibo fatto in casa. Torte, pasticcini o quant’altro devono essere rigorosamente comprati in un negozio (fu famoso il caso della pasticcera a cui non è stato permesso di portare una torta del suo negozio a suo nonno sulla base che “abitava sopra la pasticceria”).

Vi scappa la pipì? Una legge permette alle donne incinte di farla dentro i caschi dei poliziotti. In Scozia la legge obbliga ad aprire la propria porta di casa a chiunque voglia usare il bagno.

Tra l’altro, gli scozzesi amanti del tiro con l’arco faranno meglio a non frequentare la cittadina inglese di York. Una legge permette di assassinare qualsiasi scozzese che cammini all’interno delle mura della città portando arco e frecce.

Un altra legge, creata durante il governo puritano di Crowmell contro la ingordigia, vieta di mangiare mince pies il giorno di Natale. Le mince Pies sono il dolce tipico del Natale (come se in Italia una legge vietasse di mangiare il panettone il 25 dicembre)

Secondo la nuova legge del 2003 sulle Sexual Offences, la pena per due quindicenni trovati a baciarsi o accarezzarsi in maniera sessuale è di 5 anni di carcere. Se gli atti vengono fatti in casa i genitori che hanno permesso che ciò succedesse rischiano 14 anni di carcere.

In alcuni collegi femminili di Cambridge se un ragazzo visita la camera di una studentessa bisogna spingere il letto fuori e lasciarlo nel corridoio (i letti sono provvisti di apposite ruote).

Fra i molti spot pubblicitari vietati in Gran Bretagna ci fu anche quello Renault dove i protagonisti si dimenavano al passo della macchina. La ragione del ritiro fu: “È offensivo verso i malati di Parkinson”.

Credo proprio che questi ministri non si annoino. Ma d’altronde anche nel luogo dove lavorano reggono leggi allucinanti: una ad esempio vieta di morire all’interno del Parlamento. Un'altra vieta di entrare indossando un’armatura e un'altra ancora vieta di annoiarsi quando la Regina parla. (Immagino che annoiarsi a morte sia proprio escluso).
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lunedì, 07 aprile 2008
Pensate di viaggiare a Londra presto? Lasciate stare i locali di tendenza, i ristoranti Michelin e i mercatini boho-chic. In questo momento il posto da non perdere è St. Pancras.

St. Pancras nasce già cool. È stata creata per accomodare i treni ad alta velocità Londra-Parigi. Ora, immaginatevi di ricevere una chiamata al cellulare e di rispondere:
Ciao, Mario! Si, si, tutto bene, sono sul treno Londra Parigi!”.
Cosa può esserci di più cool di questo? (Cari pendolari Gallarate-Monza…che vi devo dire? Mi dispiace, ma proprio non c’è confronto).

Poi c’è il posto in sé, un omaggio al tanto ambito “mattone a vista misto vetro”, con interni shabby chic pieni di candelabri e cornici barocche. Bello da perdere il fiato.

Ciononostante, cadere nell’abituale tristezza e marciume delle stazioni sarebbe stato facile. Bastava aggiungere il solito Mc Donald’s aperto 24 ore (come c’è ad esempio a Liverpool Station) per garantire con un solo pound un posto caldo ai senza tetto e i disperati, ed ecco che anche St. Pancras sarebbe diventato un luogo da “Carmela, girati l’anello e tieniti stretta la borsetta”.

Ma Gordon Brown la sa lunga. L’uomo è ossessionato dalle mode. Non lasciatevi ingannare dai capelli grassi, la barba non curata e, in generale, da quella sua immagine che lo fa sembrare più un perdente addicted alle corse di cavalli e al gin and tonic. È tutta una copertura. In realtà non e molto diverso da Ken Livingstone, l’eco warrior dal sorriso perenne che fermerebbe petroliere col Greenpeace se non fosse impegnato a fare il sindaco di Londra. Ai due piacciono le cose belle e insieme hanno studiato un piano mirato a togliere da St. Pancras ogni segnale che dicesse “stazione”. Il risultato?

Niente catene di junk food. Solo posti chic da té verde, dessert gluten free, insalate bio e cucina fusion. Trovate anche le fantastiche cupcakes di Peyton e i cioccolatini Neuhaus. Intorno ai ristoranti centri di massaggio, spa rilassanti, costosi negozi di rimedi naturali e poltroncine per agopuntura express. Ci sono mostre itineranti degli artisti più in e c’è sempre musica classica dal vivo.

St. Pancras ha un solo difetto. Essendo il luogo di connessione con Parigi il posto è pieno di francesi. Ora, inutile perdersi in giri lunghi. Diciamolo subito. Chi vi scrive detesta i francesi e non si capacita dell’esistenza di un popolo che trasporta il pane sotto l’ascella, lavora con l’ordinateur, mangia lumache e quando parla sembra avere l’impellente necessità di buttare l’acqua col collutorio che ha in bocca. E non guardatemi cosi. In fondo, i francesi stanno di traverso a tutti (soprattutto a chi sostiene di amare i film francesi, ecco un gruppo sociale da cui diffidare profondamente).

Per fortuna a St. Pancras c’è anche un po’ di Italia. Trovate un caffé dei fratelli Costa (per i British il caffé lo fanno loro, mica Juan Valdéz) e, come no, un ristorante Carluccio. L’uomo, che a vederlo vien voglia di abbracciarlo, (sembra un misto fra il nonno di Heidi e Giovanni Rana), è riuscito come nessuno a esportare l’Italian food nella lovely e i suoi ristoranti sono ora dappertutto.
 
A proposito d’italiani. Ma perché continuate a chiamarla St. Pancreas? Pensate per caso che i British abbiano dedicato una stazione al protettore dell’organo endocrino o al patrono dei diabetici di tipo 2? Ecco, vi rifaccio lo spelling: St. Pan-Cras, detto S. Pancrazio, nato a Roma e festeggiato il 12 maggio. Ora non mi sbagliate più, mi raccomando.

Chi vi scrive in questo momento è proprio qui, alla festa di inaugurazione. Mi sono fatta massaggiare già due volte, ho mangiato croissant e cupcakes a sbafo, un uomo col fondotinta e le sopracciglia depilate mi ha insegnato i segreti del phard liquido e ho assaggiato dieci tipi di té. Ma insomma, So British è un blog serio e bisognava fare una ricerca professional. (Si, certo, non è guastato il fatto che oggi quasi tutto era gratis). Ora scusate, ma stanno regalando bicchieri di Crystal al Champagne Bar. Au revoir!

So British wishes a nice journey to Charlton Heston. The man was all wrong about rifles but he was a damn good kisser.
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lunedì, 31 marzo 2008
Bisogna proprio dirlo. Svegliarsi un giorno e decidere che si vuol fare lo chef nella Lovely non è proprio il massimo.

Tanto per cominciare significa volere cucinare per un popolo che considera la maionese Hellman’s un tocco di classe necessario in ogni portata.
Poi c’è il fatto che qualunque maschio si avvicini a un fornello nell’Uk è considerato, come dire… “amante del color rosa” e, di conseguenza, viene preso in giro e maltrattato da amici, parenti e vicini.

Ma tutto ciò non ha fermato il buon Jamie. Come tutti i personaggi di questa rubrica lui possiede lo entusiasmo British a mille e bisogna ammirarlo già solo per questo.

Innanzitutto, il ragazzo è bravo. Punto. Poi è anche bello. Punto esclamativo. (Provate a googlelare il suo nome. Visto?)
Le conseguenze di questo sono state che:
-Dopo la scuola di Catering finì subito a fare l’assistente al River Café (uno dei migliori ristoranti del paese)
-Un giorno la TV andò a filmare il ristorante. Dopo cinque minuti la producer cominciò a urlare al cameraman di lasciar perdere lo chef e inquadrare per bene il ragazzino muscoloso che, seduto in un angolo, pelava le patate “come nessuno”.

I primi anni in televisione Jamie si concentrò sulla sua immagine: lui era più maschio di un torero, doveva essere ben chiaro. Per prima cosa sposò una modella stratosferica, cambiò il suo linguaggio ( con lui è tutto un beep continuo, ogni cosa che prepara e fu..ig good e bloody great, sembra che parli più di rigori che di zucchine) e infine decise che le posate e gli utensili erano superflui. Lui usa le mani. Sempre. Il risultato è un uomo di Cro-magnon con i colpi di sole e le mani di amianto, che inforna lasagne e gira pezzi di carne con le dita e quando ha finito si pulisce nei suoi Levi’s 501. Una bomba.

Quando fu assodato che Jamie era una miniera d’oro ( e là dove tutti gli altri si sarebbero seduti a godersi i vantaggi del successo), Jamie iniziò a lavorare sul serio.

Il suo primo progetto fu Fifteen. Jamie scelse 15 ragazzi della strada. Erano tutti casi disperati abbandonati dalle loro famiglie e dal governo (tossici, senza tetto, quasi tutti analfabeta…). In teoria Jamie doveva insegnare loro a cucinare per un anno. Nella pratica questi ragazzi impararono concetti come impegno, dedizione, passione e onestà.  Alla fine della trasmissione Jamie comprò un ristorante in centro Londra e lo regalò ai ragazzi che erano riusciti a completare il programma. Alcuni di loro ancora lavorano lì (prenotare un tavolo al Fifteen è più difficile di prenotare un tea a Windsor Castle ) e molti oramai sono diventati chef di successo nei loro propri ristoranti. Chapeau.

Nel frattempo Jamie ebbe due figlie che chiamò Poppy Honey e Daisy Boo (cosa volete, il ragazzo è brillante, mica perfetto).
Ispirato da loro decise di iniziare una grossa battaglia contro le scuole Britanniche. Jamie era disgustato dai menu delle mense statali. Quel anno prevedevano: “chicken” nuggets, hamburger, patatine e una terza opzione non meglio identificata chiamata “turkey” twist (in pratica un concentrato di Es a forma di elica). Tutto rigorosamente fritto in un olio vecchio di mesi e propinato ogni giorno a bambini da 2 a 12 anni.
Jamie si diede anima e corpo per convincere il governo ad aumentare il budget per le scuole. Fece una trasmissione dove insegnava alle cuoche delle mense a cucinare con pochi soldi cose sane e veloci. Chiese di parlare con politici, senatori, medici e professori. Andò a bussare perfino a Buckingham Palace.

Il risultato? Nel 2005 il governo di Blair donò ben 280 milioni di sterline alle mense delle scuole, precisando in conferenza stampa che il merito era di Oliver. Jamie fu nominato la figura politica più importante dell’anno. La regina lo invitò in Palazzo e lo investì Cavaliere dell’Impero. Ma, più importante, milioni di mamme nell’UK impararono grazie ai suoi programmi che dare junk food ai bambini è un crimine.

A Jamie oramai non lo ferma più nessuno. Il suo valore commerciale è di 25 milioni di pounds. Le sue trasmissioni si trovano in decine di paesi (chi di voi ha Sky può seguirlo anche in Italia).
Ciononostante il ragazzo non è cambiato neanche un po’. Continua ad avere la semplicità del ragazzino che pelava patate al River e la simpatia del biondo che conquistò la modella. Gira per Londra in Vespa e continua a cucinare “Penne all’arrabbiata” anziché “Schiuma di tonno con vapori di melograno”.

I love Jamie Oliver. Don’t you?
 
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categoria:british food, everybody loves
giovedì, 27 marzo 2008
Tutto cominciò con una scommessa al pub. La casa di N. era costata un occhio della testa, un rene e mezza milza. Soldi per arredarla e riempirla non ne erano rimasti.

-Scometto che posso trovare tutto su Ebay, spendendo meno della metà, disse N.

-Tutto? Ma proprio tutto? Naaa…, Giuseppe al solito aveva poca fede.

-Secondo me si può fare, fu la parola di Roberto Loespatriatochetuttosa.

N. si mise all’opera. Imparò tutto sulle aste, sui migliori sellers e sull’arte dello sniping (“rubare” un oggetto puntando la cifra giusta all’ultimo secondo). In due mesi comprò mobili, soprammobili, tende, cuscini, tappeti, culla e fasciatoio, caldaia, tubature, fili elettrici e pittura, frigo, forno, lavastoviglie, lavatrice e tivù…su Ebay trovò perfino gli interruttori per le luci e le maniglie delle porte (autentiche vittoriane, costate più della lavatrice). Con due lire riempì una casa, guadagnandosi il sopranome di Ebay Queen fra gli amici del pub. Ora spesso fa acquisti per conto terzi e qualunque cosa le capiti per mano viene messa in vendita senza pietà (ne sa qualcosa il postino che dimenticò la sua visiera nel portone di N. e non la vide mai più).

Per chi di voi conosce Ebay.it sappiate che non parliamo della stessa cosa. Fare un paragone fra Ebay.co.uk e Ebay.it sarebbe come fare un paragone fra la Cina e Andorra. Ad esempio, ieri sera nella sezione “abbigliamento donna” su Ebay.co.uk si trovavano 486.378 capi. Su Ebay.it solo 19.785. I British hanno sempre qualcosa da mettere all’asta, perché nessuno ama collezionare, raccattare e conservare più di loro. Le loro case sono piene come uova Lindt D’or e quando finalmente si decidono a pulire sotto le catene montagnose di polvere trovano di tutto:

-Caro, è tuo questo cranio?

-Mmmm…no, sembra la testa di un dinosauro, mi sa che dietro quel mobile non pulivamo da un po’.

-Pensi che a qualcuno possa interessare?

-Of course, darling, of course.

E infatti. Of course. Perché c’è sempre un inglese disposto a comprare di tutto. I British, che non si fermano davanti a un po’ di polvere, che non notano le rughe o la mancanza di bottoni nei vestiti, che hanno la pazienza di aspettare 40 giorni l’arrivo di una lavatrice e non si sognerebbero di lamentarsi se arriva senza tasti ne oblò…Ebay sembra nato proprio per loro. Era inevitabile che in poco tempo sostituissero il vecchio Marks&Spencer con le emozioni delle aste.

C’è chi gioca troppo duro e mette in vendita reni, verginità, urina pulita di droghe e perfino la nonna (fu famosissima l’asta della nonna ”compresa di dentiera, sedia a dondolo e plaid”). Insomma, si può trovare di tutto. Nella sezione “cose strane” ieri c’erano 117.574 assurdità. Eccovi una selezione con il meglio apparso negli ultimi mesi:

-Postmil vendeva “Il significato della vita”. Sosteneva di conoscere la ragione della nostra esistenza e di essere pronta a condividerla col migliore acquirente. Ci furono otto interessati, il vincitore verrà illuminato per soli 3 pounds e 25 centesimi.

-“Un po’ di fango di Glastonbury, con impronte di Wellies comprese”. Dopo il famoso festival, Sandilav fiutò il business e si mise a vendere terra. La prima asta finì con la bellezza di 490 pounds (!). Ora in media si riesce ad avere il fango a 25.99 esterline.

-CorbenSexyGuy mise in vendita una foto del suo sedere, guadagnando ben 2 pounds.

-Coho vendeva “Una bottiglia vecchia con dentro un topo morto”. L’asta fu vinta con 3 pounds.

-Una concorrente del Grande Fratello UK mise in vendita la sua valigia, che finì in casa di un londinese per ben 1.950 pounds (a quanto pare donati in beneficenza)

-“Niente. Nada de nada. Nothing at all”. Ecco l’annuncio di Hugh Lowry, del Surrey. Purtroppo l’asta finì senza alcun compratore interessato a un po’ di niente.

-Non ebbe successo neanche l’annuncio di Austin: “Gatto fastidioso. Vomita costantemente. Sputa palle di pelo due o tre volte a settimana. Ti sveglia alle 3 di notte miagolando dietro la porta della stanza”. Nessun compratore.

E poi…palloncini sgonfi, fazzoletti usati, unghie “appena tagliate”…la lista è infinita.

Anche in questo caso chi vi scrive vi domanda: come si fa a non amarli questi British?
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martedì, 18 marzo 2008
Mettetevi i Wellies. Questo mese si va in giro per festival:

1- Festival del lancio del cellulare: avete un odio viscerale per le suonerie polifoniche? Il capo ha l’abitudine di chiamarvi ogni volta che andate in bagno? Non riuscite ad adeguarvi alla cultura del C 6? Vi mancano i telefoni a disco? Questo è il vostro festival. Perché lamentarsi soltanto quando potete lanciare il cellulare per aria in mezzo ad altri esauriti? Venite a Londra e lanciate il vostro Nokia con tutta la rabbia che possedete. Il record attuale è di 94 metri (probabilmente di un uomo lasciato dalla moglie con un sms). Iscrizioni qui.

2-Great Gorilla Run: il vostro collega vi ruba sempre il parcheggio? Il traffico vi snerva? Che ne dite di spaventare a morte gli automobilisti indossando un vestito da gorilla e brandendo una banana? Anzi, e se a spaventare i passanti fossero mille gorilla?
La Great Gorilla Run nasce come corsa di beneficenza per raccogliere soldi in favore dei gorilla africani. Ma diciamoci la verità. La stragrande maggioranza dei partecipanti se ne frega altamente dei gorilla. Sono lì per travestirsi e correre per sette chilometri urlando come dei selvaggi e facendo i deficienti davanti alle camere fotografiche (chi non ha mai sognato di lasciare ai posteri una foto col costume di Cheetah?). Il vestito da gorilla è in dotazione all’iscrizione ma è abitudine personalizzarlo (trovate Gorilla-Elvis, Gorilla-Ballerina, Gorilla-Blair e altre specie animali del genere)
La prossima Great Gorilla Run sarà domenica 21 settembre. Partecipare costa 100 pounds. Cosa aspettate ad iscrivervi qui?

3- Festival Mondiale di snorkelling nel pantano: gli abitanti di Llandwyrtd Wells non li calcolava nessuno. Vivere nel paese più piccolo della Gran Bretagna è deprimente. Se in più il paese in questione ha un nome impronunciabile e si ubica in una zona pantanosa allora il biglietto per la depressione cronica è assicurato. Stanchi di passare ore a fare lo spelling della loro città a tutti i call center, questi gallesi un giorno decidono di darsi una mossa e inventarsi qualcosa per farsi riconoscere. Si sono guardati intorno cercando le loro risorse. C’era solo fango. Ma, da buoni British, non si sono fatti scoraggiare. E così e nato il festival mondiale dello snorkelling nel pantano.
Cosa può esserci di meglio che percorrere 100 metri immersi nel fango fino il collo?
Per fare le cose più eccitanti le regole vietano nuotare (bisogna trascinarsi come dei cast away fra melma e zanzare) e alla fine del circuito dovrete correre per 18 chilometri di palude e percorrere in bicicletta altri 27 chilometri. Un triathlon nella cacca, per intenderci. Pensate che un’idea del genere non possa attecchire? Siamo o non siamo nella lovely? Credetemi, ogni ultimo weekend di agosto il paese vive nel caos. I partecipanti accorrono a migliaia. Mancate solo voi. Leggete qui e attenzione alla lingua gallese!

4-Festival Internazionale dell’ Uomo Uccello: vivete fra le nuvole? All’ora di inventare marchingegni Leonardo vi fa un baffo? Cosa aspettate per recarvi a Bognor Regis? Ogni anno, l’ultimo weekend di settembre, gli uomini possono provare a volare lanciandosi dal porto nel vuoto e atterrando nelle gelide acque dell’English Channel. Esiste un premio di 25.000 pounds per chi riesce a superare 100 metri, ma fin’ora nessuno è riuscito a vincerlo (ma non mi dire).
Badate bene, questi Batman possono arrivare muniti di aggeggi fattiapposta (vestiti da fata, ali di pipistrello, maniche alate fatte di legno e polyester…). Fateci un pensiero, sono sicura che in soffitta c’è un vecchio costume che potrebbe garantirvi la vittoria. Trovate tutto qui.

Se invece voi non riuscite a prendervi le ferie ma volete fare un regalo indimenticabile a qualcuno, eccovi due idee:

5-Festival della faccia più brutta: ecco un invito (magari anonimo) che di sicuro apprezzerà la nuova fidanzata del vostro ex o il capo sciovinista (quando si dice i regali pensati per chi li riceve). Vi avverto, il livello è molto alto. Guardate i vincitori dell’anno scorso qui

6-Il Festival delle bugie: è il pensiero ideale per amici e fidanzati amanti delle balle. Cantastorie, comici e semplici individui dalla fervida immaginazione si danno appuntamento ogni novembre a Santon Bridge per vedere chi la spara più grossa. Quella storia della macchina rapita per mezz’ora dal cugino di ET con cui vi deliziò vostro marito l’ultima volta che arrivò in ritardo a cena? Sento profumo di vincita. Trovate tutto qui.
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categoria:fatal attractions
mercoledì, 12 marzo 2008
Ore 7. Il mondo si sveglia. Di solito intontito, a volte col mal di testa, quasi sempre in ritardo. C’è tempo e voglia solo di un caffé e qualcosa di piccolo, dolce e leggero (ma quale Kinder Bueno, mi riferivo a un semplice cornetto).
Ore 7. Mr Brown si sveglia con un irrefrenabile desiderio. Va in cucina e si prepara un piatto di fagioli, salcicce, bacon, funghi e uova fritte.

Ecco. Già fin dal mattino il pianeta terra e il pianeta British stabiliscono che, all’ora di mangiare, sono su orbite diverse. Ma andiamo avanti.

Ore 11. Tempo per uno spuntino. Il mondo tira fuori dalle borse biscotti, barrette, o noccioline. Mr. Brown manda giù un pezzo di merluzzo fritto di 50 cm e 200 gr di patatine. Il tutto bagnato nell’aceto.

Ore 13. Mr. Brown mangia un pranzo non british (curry, sushi, kebab…). Negli ultimi secoli i British sono stati cosi ossessionati di esportare la loro lingua everywhere che si sono scordati di esportare il loro cibo. Il risultato?  Se un piatto ci piace tutti quanti al mondo diciamo che e’ OK ma, mentre pizza e curry si trovano ovunque, provate a cercare a Roma un “toad in the hole”.
 
Ore 17. Dopo un copioso tè accompagnato da pasticcini, sandwiches, biscotti e confetture non si sa come ma alle sei Mr. Brown è gia ready for dinner. (la mia personale teoria e che gli inglesi probabilmente possiedono numerosi stomaci, come le mucche).

Per cena di solito mangia il cosiddetto “meat and two vegs” (nessuna creatività nei nomi questi British, si tratta appunto di carne e due vegetali). È nella cottura dei vegetali che non ci siamo. La norma è fare l’opposto di quando detta il buon senso. Ad esempio i broccoli e i peperoni li mangiano crudi e i piselli cosi cotti da essere ridotti ad una purea. Languorino? (Insisto, questo non e’ un post sponsorizzato dalla Ferrero, la mia era una semplice domanda).

Quando Mr. Brown ha ospiti per cena allora si impegna e cucina. La regola d’oro qui è “metterci di tutto”. Per qualche strana ragione gli inglesi sono convinti che più ingredienti ha un piatto e più buono e ricercato sarà. Il concetto “semplice” legato a una ricetta non esiste (la loro versione di pizza margherita prevede prosciutto, tonno, uova, peperoni e ananas).
Il più delle volte Mr. Brown inviterà gli ospiti per un barbecue, perché i British usano molto più il barbecue della cucina. Qualsiasi sia il meteo là fuori, il British è sempre contento di tirar fuori grembiule e carbone. Ci vorrebbe forse l’uragano Katrina per fermarlo ma anche in quel caso probabilmente cucinerebbe con l’ombrello e poi porterebbe gli hamburger bagnati dentro. Se si tratta di hamburger. Posso dire senza paura di esagerare che Mr. Brown ha provato a mettere sul barbecue qualsiasi cosa commestibile al mondo e altre cose che soltanto il programma La talpa considererebbe commestibili.

Dopo certe notti passate ad abbracciare il gabinetto come un ubriaco, ora Giuseppe preferisce ospitare lui per cena Mr. Brown. In fondo niente dà più soddisfazione di invitare un inglese a cena. Puoi cucinare da schifo ma per loro sarà comunque un’esperienza afrodisiaca. Parleranno tutta la cena di quel che stanno mangiando (“Come si chiamava questo? Pasta burro e parmigiano? Mmm…lovely, …delicious…”) e se ne andranno felici a casa a preparare la thank you card.

Badate bene, per far sì che la cena sia un successo bisogna rispettare una norma:
Mai e poi mai usare anelli intorno ai tovaglioli. L’inglese ha una fobia inspiegabile per i “napkin rings”. Lo stesso popolo che non ama i bagni frequenti, che non sa cosa sia il bidet e che vive con cumuli di polvere grandi quanto le dune del Sinai inorridisce davanti alla possibilità che un tovagliolo possa essere usato di nuovo. Meglio i tovaglioli di carta. Esiste addirittura l’espressione “people that use napkin rings” come sinonimo di straccioni. (Voi ditemi se non è assurdo).

Ad essere onesti c’è una situazione in cui Mr. Brown merita tre stelle Michelin: il picnic. Dimenticatevi il cestino di pasquetta della Zia Tina. Roba da dilettanti. Mr. Brown arriva ai picnic con gli stessi colli con cui Giuseppe si trasferì a Londra. All’ora di mangiare sul prato i British fan davvero sul serio. Altro che panino con la stagnola. Qui si parla di bicchieri di cristallo, tupperware dalle dimensioni di Giuliano Ferrara e thermos di té grandi come oleodotti.

Ma cos’hanno questi British? Quale maledizione genetica li ha costruiti incapaci di identificare sapori e odori? Forse tutto è dovuto al fatto che non si lamentano mai, qualunque cosa gli si metta davanti. Mr. Brown al ristorante si comporta come se fosse per la prima volta a casa della futura suocera e mangia zuppe fredde, piatti pieni di peli o di mosche e secondi bruciati senza battere ciglio. Fatto sta che il pattume che arriva nelle tavole di queste persone è tale da aver costretto il paese nel 1949 a creare, insieme alla società protettrice dei bambini e degli animali, una società protettrice del cibo.

Questo mese segna il ritorno in libreria di Delia Smith, la chef più famosa del paese. Erano anni che Delia non pubblicava e da questo libro c’erano grandi aspettative, soprattutto dopo una sua intervista in cui dichiarava: “È ora che questo paese si dia una mossa a tavola”. Già si parlava di cambio epocale. Poi il libro uscì. Si chiama “Come ingannare in cucina” e le ricette sono a base di carne in scatola, purè liofilizzato e verdure congelate. In soli due giorni ha venduto 50.000 copie. Andiamo bene.
postato da: nuriape alle ore 22:25 | Permalink | commenti (90)
categoria:giuseppe, mr brown, british food
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